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Total Guitar: l’intervista a Josh Klinghoffer

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Scans: Jonas Ndlr

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Quando l’insostituibile dio della chitarra John Frusciante se la diede a gambe levate nel 2009, i RHCP si ritrovarono alle corde. Ora sono di ritorno in Gran Bretagna per due mega concerti, rafforzati dal “blood sugar sex magik” di Josh Klinghoffer.

Quindi ecco la questione. E’ il 17 dicembre 2009, e la più grande band del pianeta perde il suo membro. John Frusciante- il visionario della chitarra presente alla nascita dei più grandi momenti dei RHCP- se n’è andato per la seconda volta, e all’improvviso la pausa seguente lo Stadium Arcadium tour sembra uno stop definitivo. In un diplomatico annuncio su myspace, le aspirazioni da solista di Frusciante sembrano più sensate che nel 1992, quando lasciò per concentrarsi su tentativi di pittura e perdere i suoi denti, ma grazie ad internet, le parole stavolta girano frenetiche. I fans insorgono. I forum mormorano. Mtv si mette al lavoro con una lista di possibili rimpiazzi, dall’appena fattibile (l’ex Dave navarro), al vero e proprio pazzo (Nick Zinner).
La preferenza verso Josh non rientrava nemmeno nella lista principale. Infatti, quando il trentenne venne rivelato come il successore di Frusciante agli inizi del 2010, al mondo servì un momento prima di reagire.
Era perfetto. Abile in molteplici strumenti grazie ai suoi anni di sessioni di prove, ma effervescente con le sue idee originali, era stato il supporto dei RHCP nel 2007, era amico intimo e collaboratore di Frusciante, e aveva addirittura ereditato la sua Custom Tele del ’67. Con I’M WITH YOU, uscito un anno fa, il cinismo è evaporato, e c’è la sensazione che i mega show inglesi di Knebworth e Sunderland questo mese saranno la rivincita finale.«Ho promesso a me stesso che non avrei mai letto internet», dice il chitarrista più modesto che mai, quando gli si chiede della prima reazione dei fans. «Posso andare avanti con quello che vedo ai concerti, e sembra che tutti siano veramente positivi. Ho una bassa opinione di me stesso la maggior parte del tempo,e se mi siedo a pensare al fatto che io non sono John, potrei essere altrettanto veloce a darmi uno schiaffo…»
Durante un’intervista con Josh Klinghoffer, potresti ritrovarti a pensare: “bastardo fortunato!” In realtà, la fortuna è un fattore minore rispetto a talento e palle. «Ho lasciato la scuola a 15 anni e praticamente mi sono votato a diventare un chitarrista», ricorda. «Non avevo alcun piano su cosa avrei fatto della mia vita. Sapevo solo di voler fare musica… allora ho iniziato a suonare la chitarra, principalmente immaginandomi la musica altrui. Cosa in cui ero abbastanza bravo. Così nella mia mente sono diventato un chitarrista in tempi brevi, anche se allora e ancora oggi mi mancano i dettagli di un’appropriata educazione musicale. Mi sembra come se da sempre stessi suonando aggiornandomi continuamente.»

A 17 anni Josh incontrò il ‘neo sobrio’ Bob Forrest (il quasi famoso frontman dei post-punk losangelini Thelonious Monster) e nel 2000 la loro band, The Bicycle Thief, aprì per i RHCP nel tour di Californication. Fu allora che il telefono di Josh iniziò a squillare. «Cominciai a ricevere tutti quegli incredibili inviti per unirmi ai tour. Per esempio, con i Butthole Surfers fu il mio primo, e dopo di quello Beck, PJ Harvey… poi nell’estate 2006 ero probabilmente mezzo ubriaco ad uno show degli Gnarls Barkley- ed ero diventato amico di Danger Mouse lavorando ad un disco con lui e Martina Topley-Bird, in cui suonavo tutti gli strumenti- e sentii che il tastierista se ne stava andando, così dissi, ‘penso di poterlo fare’. Mi svegliai il giorno dopo ed ero: ‘Cos’hai detto che avresti fatto?!’ Così diventai il tastierista degli Gnarls Barkley e anche quella band finì per aprire per i RHCP.»
Neanche questa questa ottima opprtunità di lavoro però scalfì il suo solito desiderio. «Non era la mia musica quella che stavo suonando», spiega Josh. «Iniziavo a sentirmi come se mi stessi nascondendo, senza permettermi di migliorare come autore. Ero in tour con questa gente meravigliosa, in situazioni incredibili, eppure ero alquanto infelice a volte, perchè non mi lasciavo spazio per migliorare. Così alla fine tentai di rinunciare ad essere un musicista in tour per gli altri, nel 2008… e mi concentrai sul mettere insieme la mia band.» [i Dot Hacker] Quando il lavoro di Josh arrivò sotto al naso del triumvirato dei RHCP Anthony-Flea-Chad, la sua assunzione pareva senza senso, anche per la leggenda del basso che nel passato aveva occasionalmente dato ai chitarristi il suo pollice verso come Cesare. «Amo lo stile di Flea», dice Josh. «Amo il suo approccio, la sua abilità nel passare dal ruolo di bassista principale ad uno più sottomesso, e così avanti e indietro nella stessa canzone, nello spazio di 30 secondi. Io preferisco meno essere un chitarrista con il ruolo di primo piano, insomma non essere in prima linea. Così penso che il mio stile e le mie prerogative si adattino al modo di lavorare di Flea.»
Poi è arrivato il vero cambio di marcia. Come spalla unicamente durante il tour, Josh si era reso conto di aver solo graffiato la superficie del catalogo di una band con 28 anni di carriera. «C’è una certa abbondanza di canzoni. Quando andai un tour con loro come una sorta di rincalzo, mi mandarono una lista per farmi imparare quello che avrebbero suonato, e su questa mi sono concentrato. Il problema è che con un gruppo che ha così tanta musica… alcune canzoni non hanno molta rotazione. Devi continuare a provare anche queste. Davvero ho dovuto fare dei ripassi, perchè poteva passare un mese senza che ne suonassi una, e se era in scaletta salivo sul palco e mi ritrovavo tipo: ‘Oh m**da, qual è il ritornello?!’»

E’ un dato di fatto che Josh con un colpo netto abbia imparato alla perfezione i riff dei suoi predecessori senza la minima confusione. «Nessuna delle canzoni è stata troppo difficile; quelle che per me lo sono di più non le suoniamo», dice. «Canzoni tipo SNOW [HEY OH], e non tanto per la parte di chitarra… ma per me, suonare quella parte e insieme fare i cori, che sono molto sincopati, è stato difficile. Mi sto ancora adattando. Non mi piace eseguire delle canzoni quando non mi vengono con naturalezza. Così SNOW è una di queste, so che è un grande successo e dobbiamo farla funzionare. Fare le voci di sottofondo e la parte di chitarra di THE ZEPHYR SONG è qualcosa a cui sto lavorando recentemente.»
Se rimane lo scetticismo sul fatto che Josh fosse un’arma per un periodo limitato, non avrebbero alcun senso le parti di credito divise equamente in quattro su I’M WITH YOU. «Non ci sono vere regole o qualcosa del genere», dice riguardo al processo di scrittura. «Abbiamo fatto molte jam per comporre le canzoni e ne siamo usciti con tonnellate di materiale. Ma stavamo provando a familiarizzarci musicalmente, John, Flea e Chad hanno condiviso più di 10 anni di linguaggio musicale con il quale si parlavano a vicenda, io non avrei mai tanto tempo come invece hanno avuto loro tre insieme.»
«Per me» , continua, «alcune canzoni nuove sono difficoltose se paragonate alle vecchie dei RHCP, perchè anche se le ho composte con la band, ho avuto quasi 20 anni per ascoltare UNDER THE BRIDGE, mentre solo un anno e mezzo per POLICE STATION o altro da I’M WITH YOU. Così neanche il fatto che fossi coinvolto nella composizione significa che una canzone mi sia più familiare. Il che è buffo. Farne alcune dall’album nuovo live è stata una sfida, perchè, cercando di ottenere tutti i suoni e i toni che ho sovraregistrato, ho caricato facendo un po’ di ‘tip tap’ sui pedali. E capita che io sia il peggior ‘miratore di pedali’ del mondo: posso guardare direttamente dove dovrei mettere il piede, e ancora mancare il bersaglio!»
Chiacchierando e vedendolo dal vivo si ha l’impressione che Josh stia dirigendo l’orchestra con la bacchetta di Frusciante, una Strat degli anni ’60. «Sì, penso che la Fender vintage sia il perfetto punto di partenza per ottenere delle tonalità che siano familiari con alcune delle sue canzoni», dice. «Sia Hillel che John usavano Fender Strats vintage… anche a me piacciono le vecchie chitarre. Con i RHCP sto usando tre Strats dal vivo. Una è di Chad, che ho trovato quando stavamo provando, è del ’63 con un manico molto grosso, cosa che di solito non amo. Le altre due che porto in tour sono le Strats bianche e nere. Una è tipo una stramba Strat Frankenstein che suonavo e suona bene, e poi ne ho una presa a Stoccolma. E’ degli anni ’70 e sembra avere il manico più sottile mai visto su una Strat, e io adoro i manici sottili- tipo il manico ‘sanded-down’di Jimmy Page sulla sua Les Paul. Ho una Tele Custom del ’67 che praticamente ho ereditato da John, in un qualche modo… Era la sua Tele da sottofondo. Ho una 335 fuori con noi, e una recente riedizione della Gretsch White Penguin, che è una sorta di omaggio alla White Falcon di John.»

«In I’M WITH YOU», continua, «ho usato soprattutto la Tele del ’67, la Strat di Chad del ’63 e, qua e là, un paio di chitarre senza pretese come Airlines o Harmonys. DID I LET YOU KNOW è stata registrata con una Magnatone Tornado degli anni ’60. Per quanto riguarda gli amplificatori, di solito ne usavamo sette che vanno attraverso questo radial splitter. Siamo sempre stati in grado di inserire una combinazione di diversi amplificatori quando facevo gli overdubs. Praticamente li accendevamo tutti e vedevamo quale suonava meglio. E’ raro che ci sia un singolo amplificatore, di solito è la combinazione di una coppia. Gli amplificatori durante una registrazione sono di solito Marshall Major, che ho anche in tour: il 200-watt, che anche John usava, rende la maggior parte del tono. Usavo anche Silvertone. In tour, ho il Silvertone a sei speakers, in studio uso anche la versione a due. Ho adoperato Fender Super Six e Super Reverbs, quelli sono i principali.»
Dal vivo, è un altro cocktail di toni. «Il mio set up è tre diversi amplificatori allo stesso tempo, un Fender Super Six, un Silvertone a sei speakers e poi un Marshall Major. Sono accesi in contemporanea e, a seconda dello spazio, la tecnica della mia chitarra sintonizza una buona miscela di tutti e tre, usando la teoria sugli amplificatori di John Frusciante- portarlo più ad alto volume che puoi senza romperlo, ossia, al limite della rottura, lì è dove ottieni il tono ‘scricchiolante.»
Josh sembra meno deciso riguardo alle sue esigenze per la distorsione. «Sto mixando e sovrapponendo, e non sono totalmente apposto con quanto sto usando. Ma mi sto servendo del DOD- il vecchio pre amp overdrive giallo che Yngwie Malmsteen usava- e del Pigtronix Polysaturator, soprattutto per gli assoli. E il mio vecchio wah-pedal, lo stesso che usava John: è l’Ibanez WH10, fatto di una merdosa cassa di plastica, ma è il più grande wah che abbia mai sentito. Ho migliaia di effetti- probabilmente troppi- e sto cercando di liberarmi di quanti più possibile. Abbiamo iniziato in grande e stiamo provando a ridurre.»

Per contrasto, il profilo di Josh sta diventando sempre più grande. I tuoi anni di sessioni di prove e di tour ti hanno preparato a questi concerti formato stadio? «Sì, in un certo senso», risponde. «Probabilmente in positivo ed in negativo. Penso alle sessioni come ad una cosa da studio, ma andare in tour con altri mi ha preparato per lanciarmi in una situazione live che non fosse necessariamente con la mia band. Salire sul palco coi RHCP per la prima volta è stato pazzesco, ma lo è stato quasi altrettanto anche con PJ Harvey, o con Beck. Essere in altri gruppi mi ha dimostrato che la cosa più importante è essere te stesso… se le persone con cui stai suonando te lo permettono.»
I RHCP l’hanno fatto. Kiedis descrive I’M WITH YOU come un inizio, e, qualsiasi cosa si pensi di questo loro album, non si può negare che i veterani non abbiano permesso al loro nuovo fratello di stampare il proprio timbro più che ai suoi predecessori. «Come paragonare il mio modo di suonare a quello di John?» Josh medita…«Penso che lui sia molto più e prima di tutto un chitarrista di quanto non lo sia io. Ha iniziato a suonare la chitarra quand’era ragazzino e si è votato a questo strumento. Fin dagli inizi si è familiarizzato con il comporre canzoni, con la cultura musicale e con la teoria attraverso la chitarra. Io no. All’inizio ero un battersista. Quando sono passato alla chitarra, non ero affatto interessato ad avere il ruolo leader. Quindi John è più immerso in quella tradizione e più a suo agio nel metterla in pratica. Io non mi ero mai interessato ad essere la prima chitarra o ad eseguire gli assoli e cose del genere. Devo farlo in questo gruppo, e non è qualcosa che mi diverte realmente fare!” Pensi che le tue doti di polistrumentista influiscano sul tuo lavoro alla chitarra?
“Influenzano il mio modo di suonare nel senso che mi permettono di pensare a tutto lo spazio che una canzone necessita o meno di riempire», considera. «Così il fatto che io sappia suonare altri strumenti o percepire i suoni sintetizzati mi permatte di approcciarmi alla chitarra in un modo architettonico e acustico, piuttosto che semplicemente attraverso la tecnica. Sono consapevole degli altri suoni e dei ritmi degli altri. Il mio obiettivo è essere tutt’uno con la canzone e con le persone con cui la sto suonando.»
In I’M WTH YOU ha fatto esattamente questo. Josh Klinghoffer ha portato un’unità all’interno dei RHCP che loro non avevano mai raggiunto con un qualche anonimo parassita compagno di prove o con un egocentrico chitarrista da trofeo. La più grande band del mondo ha germogliato il suo nuovo membro, e dopo che ha vinto l’azzardata scommessa di rimpiazzare Frusciante, siamo certi che Josh farà il botto negli enormi concerti di questo mese. «Non riesco a credere che sto per suonare a Knebworth», sorride il chitarrista anglofilo. «Sono sempre stato un fan di tutto ciò che è inglese, fino ad arrivare a qualcosa di così imbarazzante come, a volte, fingere l’accento e far credere alla gente che vengo da là. L’unica cosa che posso dire di aspettarmi è un concerto rock pieno, completamente coinvolgente, come nello stile dei RHCP.»

I RHCP possono essere la migliore occasione di lavoro al giorno d’oggi, ma Josh ha anche il suo spazio fondamentale nel suo progetto parallelo, i Dot Hacker, il gruppo alternative rock che ha formato nel 2008 con i suoi compagni di prove Jonathan Hischke, Clint Walsh ed Eric Gardner. L’album di debutto INHIBITION è uscito in maggio, ma, se vi aspettate un elastico funk nello stile L.A., ripensateci. I Dot Hacker sono una proposta guidata dal ritmo e allo stesso tempo insaporita dall’uso di sintetizzatori. «Mi piace sempre dire che la musica che vorrei fare stia da qualche parte fra i Pan Sonic e Scott Walker”, ha confessato a ‘Music Radar’. “Ma non canto come Scott Walker! Mi piacciono gli arrangiamenti con un’elettronica lussureggiante e interessanti strutture di accordi.» La Tele del ’67 di John Frusciante si è fatta un altro giro in INHIBITION, insieme ad una Fender Starcaster e ad una Rickenbacker. «Ho registrato molto con una Jaguar del ’62, che praticamente è la mia chitarra da camerino», dice a ‘Total Guitar’. «Non direi che ho un amplificatore apposta per i Dot Hacker. Quel Silvertone 212 a sei speaker che ho in tour con i RHCP l’ho usato prima per i Dot Hacker, ed è quello con cui ho registrato la maggior parte dell’album.»
Sottofondi musicali onorici come punture sono fortemente guidati dagli effetti, grazie ad un Electro-Harmonix Holy Grail. Josh dice che il sintetizzatore Korg MS-20 è la chiave. «Ha un’ottima sezione filtri, così posso passare velocemente attraverso il canale per i filtri alti e bassi. Ho anche molti dei più nuovi ‘modular gear’. Alcune canzoni sono state riviste attraverso diversi filtri, reverbs e delays, che sono stati aggiunti dopo la prima registrazione e dopo che i pedali erano già stati usati. Attualmente mi sento davvero senza alcuna restrizione nelle mie sperimentazioni con i Dot Hacker.»

‘Total Guitar’ ripercorre il suono della chitarra nei RHCP attraverso gli stili di cinque musicisti chiave, da Hillel Slovak e Jack Sherman degli esordi, passando attraverso Dave Navarro, e arrivando a John Frusciante ed al suo sostituo Josh Klinghoffer. I cambi di formazione possono segnare la vita o la morte di un gruppo, ma lungo la loro carriera trentennale i RHCP si sono sempre ripresi dagli stravolgimenti, stavolta con un nuovo suono, più dinamico e rinfrescantemente accessibile. Numerosi chitarristi negli anni sono passati a suonare dal vivo o a registrare con la band, ma ciò che risalta è il modo con cui ognuno di loro abbia incluso lo stile dei suoi predecessori pur introducendo elementi in linea con i trend musicali correnti. Negli anni ’80 Jack Sherman e Hillel Slovak fissarono uno stile marcatamente funk-rock, aggiungendo sfumature riprese sia dal punk che dal pop contemporanei. John Frusciante mantenne la vibrazione ‘funky punk’ negli anni ’90, ma riconobbe l’intensità dell’enormemente popolare scena grunge di allora.
Dopo la sua prima partenza nel ’92 subentrò Dave Navarro, che forgiò uno stile più marcatamente rock, identificandosi col movimento rock alternativo del periodo. Col ritorno di Frusciante nel ’98, la band assunse un approccio più commerciale, con una grande attenzione per canzoni da successo radiofonico. Josh Klinghoffer attualmente tiene le redini e, mantenendo l’ampia tavolozza di suoni già fissata dai suoi predecessori, riproduce trame che regolarmente ricordano l’aggressività di Jimi Hendrix.

Credits: http://www.venicequeen.it

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