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Gearphoria: Intervista a Josh Klinghoffer

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Josh Klinghoffer ha un problema con la strumentazione
Pag. 23-24:
Intervista di Luke Johnson
Foto di Dan Elkan e Simon Weller

Non è raro che un aspirante chitarrista impari a suonare strimpellando sulle hit del giorno, quel che è singolare è che quel giovane chitarrista si ritrovi a suonare esattamente le stesse canzoni, decenni dopo, di fronte a diecimila persone ogni sera, come membro della band che adorava da ragazzo.
Questa è la situazione in cui si trova Josh Klinghoffer come ultimo chitarrista dei Red Hot Chili Peppers.
E’ il tipo di favola, di storia rock-and-roll che potrebbe sembrare costruita… se non fosse vera!
Dopo aver sviluppato un’ottima amicizia con John Frusciante nel periodo in cui Californication veniva pubblicato, Klinghoffer ha affinato le sue abilità chitarristiche e ha iniziato a fare tour con artisti come Beck e PJ Harvey. Alla fine i Red Hot Chili Peppers gli hanno chiesto di andare in tournée con loro.
Non molto tempo dopo Frusciante e la band si sono separati, probabilmente definitivamente, e Klinghoffer è entrato come membro integrante. Ha contribuito significativamente all’album “I’m With You” del 2011, e all’età di 32 anni è diventato il più giovane mai indotto nella Rock and Roll Hall of Fame, quando la band è stata celebrata all’inizio di quest’anno.
Senza pretese e un po’ pensieroso, Klinghoffer sembra più esaltato all’idea di suonare con alcuni dei più grandi musicisti della sua generazione, che dall’improvvisa fama.
Tuttavia aspetta con impazienza una pausa con la band per concentrarsi sui Dot Hacker, un progetto più sperimentale e al quale è alla guida, con una strumentalità audace e una voce che riecheggia quella di Robert Plant.
GEARPHORIA ha fatto una chiacchierata con Klinghoffer nella sua casa a Los Angeles, dove si stava riprendendo da una frattura ad un piede in un mondo fantastico di chitarre, sintetizzatori modulari, tastiere e una montagna di pedali.

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GEARPHORIA: Come ti senti? Sei in una breve pausa da un tour piuttosto faticoso, no?
JOSH: Sì, è circa… poco più di un anno?  Ma mi sono rotto il piede recentemente. Anthony (Kiedis) se l’è rotto anche lui, all’inizio dell’anno, però sì, ecco, sono in un piccolo break. Prossimamente abbiamo altre due settimane di date a Novembre, e poi siamo in pausa per il resto dell’anno. Poi andremo in Australia, Nuova Zelanda e Sudafrica, il tutto per poco meno di un mese, poi in Messico a Marzo e basta.

GEARPHORIA: Il tuo piede è un po’ immobilizzato, eh?
JOSH: Sì, ma è quasi tornato alla normalità.

GEARPHORIA: Come te lo sei rotto?
JOSH: E’ stato semplicemente un pessimo tempismo. L’ingegnere del suono che si occupava dei monitor, e che è stato con noi sin dall’inizio del tour, aveva deciso che era tempo di andare via. Così se n’è andato quando abbiamo suonato allo Staples Center, che coincideva più o meno con un anno di tour dalla prima data a Hong Kong, e pensavo che uno dovesse avere la propria roba regolata, e non esibirti nell’arena della tua città natale, di fronte ai genitori dei tuoi amici, con un ingegnere dei monitor, nuovo di zecca. Era il suo primo show, quindi è stato orribile per me. Il secondo show ho continuato a fare il mio lavoro ma andava comunque male; la terza sera con questo tizio ne ho avuto abbastanza e ho dato un calcio molto forte ad uno dei monitor.

GEARPHORIA: E ne hai pagato il prezzo…
JOSH: Esatto… Ma ecco, mi ha fatto concentrare su qualcos’altro da quel momento in poi. Il problema non era più il suono, ma il mio piede… ha cambiato le cose, è stato piuttosto negativo e doloroso, ma ha cambiato le cose. Voglio dire, io non tendo a rallentare o a rilassarmi molto, e questo fatto mi obbliga davvero a farlo…

GEARPHORIA: So che sei stato per diverso tempo in tour con i Red Hot, e con diverse band, è un’esperienza diversa quando è il tuo gruppo?
JOSH: Mhhh, non molto, ci sono dentro da così tanto che ormai conosco piuttosto bene i dettagli dei loro tour in particolare, inoltre ho fatto molte tournée. E’ come un ampliamento di quello che ho sempre fatto. Ad ogni tour cui ho partecipato, il ruolo e la dimensione dell’evento aumentavano di poco a poco, in un senso un po’ strano è come una progressione naturale. Essere una persona che alla gente piace, interessa, e per la quale fa delle cose, è un po’ strano e nuovo per me…

GEARPHORIA: Quando all’inizio ti è stato chiesto di diventare membro integrante dei Red Hot, pare che tu abbia avuto un attimo di trepidazione. Ovviamente sono esibizioni di alto profilo, ma quali sono stati i tuoi primi pensieri?
JOSH: Beh, ovviamente che sarebbe stata un’opportunità grandiosa essere parte di questo gruppo, ma in quel momento avevo appena cominciato a lavorare alla band con Jonathan (Hischke), i Dot Hacker, e mi sono dovuto porre ogni tipo di domanda sulle implicazioni che accettare avrebbe portato. Ovvero: voglio che la mia vita cambi in quel modo? Voglio entrare a far parte di una situazione di così alto profilo? Voglio entrare in una situazione dove sarò paragonato o menzionato, o messo a confronto con John (Frusciante) ovunque io vada? Cose così… Voglio che le relazioni che ho stabilito cambino?
Mentre un attimo fa ho detto che essere in questo tipo di tour è stata come una progressione naturale, direi che in realtà è stato come un salto improvviso dall’essere quasi alla bancarotta, in dubbio su cosa fare della mia musica, o dove sarei andato a vivere, ad una situazione dove guadagni e hai una tabella di marcia molto piena ed impegnativa. La semplice possibilità di poter suonare ed esplorare delle relazioni musicali con queste persone, che ho ammirato per tanto tempo, è grandiosa. Alla fine i pro superano i contro, ma sì, ho davvero dovuto rifletterci.

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GEARPHORIA: Dimmi, cosa aspetta prossimamente i Dot Hacker? Immagino che sia stato difficile trovare il tempo per lavorarci, ultimamente.
JOSH: Sì, davvero, qualsiasi momento in cui c’è un po’ di tempo e siamo tutti liberi cerchiamo di metterci al lavoro. Sono libero per tutto Dicembre, e credo anche gli altri. Mi dispiace davvero che non sia il progetto principale e più importante per ognuno di noi, a questo punto. Stiamo scrivendo delle nuove canzoni al momento e se tutto va bene registreremo un nuovo album il prossimo anno (ndr: nel 2013). E’ una strana band, perché non so a quanti piaccia, ma almeno ci divertiamo.

GEARPHORIA: Il primo album dei Dot Hacker, Inhibition, è uscito a Maggio, lo abbiamo ascoltato durante le ultime due settimane e ci è davvero piaciuto, ogni volta che lo ascoltiamo il nostro brano preferito cambia, e funziona ogni volta bene per metterci d’accordo. Ma parlami di com’era registrare: siete riusciti a trovare abbastanza tempo da registrarlo in una sola volta, o è stato registrato in più sessioni?
JOSH: E’ stato più o meno registrato a pezzi, ogni volta ce n’era una, o quando scrivevamo, o quando decidevamo di registrare, c’era sempre qualcosa, come qualcuno che doveva andare via in tour con una band.  Quando abbiamo iniziato a registrare Clint (Walsh), l’altro chitarrista, è dovuto partire tipo otto giorni dopo che avevamo cominciato; quindi ci ritrovavamo otto sostanziosi giorni di registrazione, ed avevamo quasi completato le prime sette o otto canzoni. Poi nei due mesi successivi abbiamo registrato a spezzoni, quindi è stata un continuo registrare da Marzo ad Ottobre, ma non è stato continuativo.

GEARPHORIA: Una canzone come Inhibition, a livello del suono, ha molto che ribolle sotto la superficie, è un qualcosa di costante in tutto l’album – succedono un sacco di cose in sottofondo e convergono in qualcosa di più potente della loro semplice somma. Potresti parlare un po’ della strumentazione, della scrittura delle canzoni e di come il suono dell’album si è evoluto?
JOSH: Beh, quella canzone in particolare è stata terminata dopo la registrazione iniziale, ed è stata fatta inizialmente solo con me ed Eric (Gardner), il batterista, e poi Jonathan ha registrato la sua parte in seguito. Ma in generale abbiamo scritto la maggior parte dell’album insieme nel nostro piccolo spazio per le prove, alcune canzoni sono nate da delle jam, mentre una gran parte la stavo progettando da un po’. Il tutto è stato realmente messo insieme quando l’abbiamo registrato, soprattutto i testi e le melodie. In pratica stavamo provando e scrivendo ad intervalli, e all’improvviso ci siamo ritrovati a dover registrare perché Clint sarebbe partito, perciò molto è stato scritto mentre registravamo, la qual cosa mi ha sempre un po’ turbato, e tuttora lo fa, ma è stato questo il nostro modo di procedere. Io scrivo canzoni, melodie, e tantissimi testi, e me li ritrovo su quindici diversi blocchi di appunti e taccuini, sparsi per tutta la casa. Questo è stato il mio modo di scrivere per tanto tempo, terribile e pigro; è difficile per me anche solo riuscire a finire una canzone se non ho una band con cui suonarla, sono sempre riuscito a registrare tutto da solo, e suonare tutto il necessario, ma per me non è mai stato interessante tutto ciò; le lascio incomplete finché non ho una band con cui poterle suonare.

GEARPHORIA: Sappiamo che sei un po’ fissato per i giochi di parole, da quel che possiamo sentire in Inhibition, sembra che tu stia giocando col linguaggio in alcuni testi. Per esempio, pensiamo che in “Order/Disorder” tu dica qualcosa tipo “wreck or mend you” e crediamo che sia piuttosto geniale.
JOSH: (ride) Grazie, penso che questo fosse uno dei messaggi nascosti che ho inciso sul vinile. Sai quei messaggi segreti nel solco finale, accanto all’etichetta? Quando il vinile viene tagliato, chiunque lo stia facendo, prende un piccolo spillo appuntito e puo’ incidere qualcosa, come un piccolo numero di serie in quello spazio, quindi puoi scriver quello che vuoi lì. So che i Joy Division lo facevano ogni volta, e il “wreck or mend you” è il piccolo messaggio che ho inciso su uno dei lati del vinile.

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GEARPHORIA: C’è qualcosa della tua strumentazione, un pedale o una chitarra, o qualsiasi cosa che hai scoperto o alla quale ti affidavi mentre lavoravi ad Inhibition?
JOSH: Beh, in Inhibition ho usato un Moog Bass Murf, ma non credo che ci sia qualche pezzo in particolare. Ho curato molto gli effetti di alcune tastiere e chitarre, li facevo passare dal sintetizzatore Korg MS-20 e usavo i suoi filtri. Credo che al tempo stessi cercando di tenere il suono delle mie chitarre il più pulito possibile. Quando scrivevamo usavo qualsiasi tipo di effetto, riverberi o qualsiasi cosa… Clint invece generalmente usa diversi effetti, perciò ho cercato di restare quanto più asciutto possibile. Anche Jonathan tira fuori un sacco di suoni dai suoi pedali, e aggiunge molto alle canzoni, col basso. Perciò mi sono approcciato all’album, chitarristicamente, quanto più pulito possibile.

GEARPHORIA: Quando stai comprando dell’attrezzatura, vai con una mentalità da collezionista? Cerchi pezzi rari e forti? O cerchi piuttosto il suono che potrebbe darti?
JOSH: Non mi sono mai considerato un collezionista. Credo di aver comprato un sacco di cose ultimamente, come una specie di strano fanatico, della serie che vedo qualcosa (che mi piace) e la compro. Non so, è un po’ malsana come cosa (ride). Recentemente ho ammesso a me stesso che sto praticamente collezionando tutti i colori delle vecchie Fender, come quando vedo delle chitarre stupende in quei vecchi colori custom della Fender; però non sono mai stato un gran collezionista, ho sempre desiderato pezzi che mi piacessero… Sto guardando la mia stanza della musica, in questo momento, e devo dire che è piuttosto piena di roba!

GEARPHORIA: Qual è l’ultima chitarra che hai comprato?
JOSH: Oddio, ne ho comprate un sacco ultimamente! L’altro giorno in Milwaukee ho comprato una Gibson Melody Maker, credo sia del ’67. Recentemente ho comprato dal tizio dei The Hives, questa Gibson ES-295, è una grossa hollow-body dorata del 1958, è incredibile, Geordie dei Killing Joke ne suona una. Ultimamente ho comprato una batteria della Trixon —
Sta diventando un po’ folle questa situazione, sto comprando tutte quelle belle cose che mi piacevano quando ero un ragazzino, tipo “Uuh, voglio una di queste!”

GEARPHORIA: E’ risaputo che hai une stretta amicizia professionale e personale con John Frusciante, che tipo d’influenza ha avuto su di te come musicista e chitarrista?
JOSH: Chitarristicamente, quando per la prima volta ho ascoltato Blood Sugar, non ero per niente un chitarrista, suonavo la batteria, non sapevo niente della chitarra, credo di aver iniziato a suonarla quando fece uscire il suo primo album solista, Niandra Lades and Usually Just a T-Shirt. E’ tutto registrato in casa su un quattro tracce, credo che fossero tipo delle registrazioni molto personali che in realtà non ha mai voluto pubblicare. Ma quell’album, e quel tipo di sincerità che lo circonda, credo che sia stato molto influente su di me, e mi ha guidato.

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GEARPHORIA: Come ci si sente a prendere il posto di qualcuno come lui, qualcuno che ha lasciato un segno indelebile sia nel gruppo sia sulla tua personalità?
JOSH: E’ un onore prima di tutto, che loro abbiano pensato che io potessi essere un buon sostituto. A volte è davvero strano, se ci penso, voglio dire, lui è qualcuno a cui le persone sono molto attaccate, a volte ci sono stati momenti del tour in cui mi sono rabbuiato perché, come ho detto, è stata una progressione piuttosto naturale, e sono stato in un sacco di tour prima, ma alla fine è un po’ come tutti gli altri, perché sto pur sempre suonando la musica di qualcun altro. Iniziava a darmi fastidio che io non stessi suonando la mia musica, ma che stessi solo facendo le canzoni di qualcun altro, ma non mi sono sentito così ultimamente, sta andando bene. Ci sono delle canzoni alle quali tengo davvero, è un viaggio pazzo che sto vivendo, come quando suono “I Could Have Lied”, voglio dire, la suonavo nella mia camera quando iniziai a strimpellare la chitarra, restando stupefatto dall’assolo, e poi mi ritrovo a “O mio Dio, devo fare un assolo proprio ora, tieni duro!” E’…E’ davvero una storia interessante!

GEARPHORIA: Come scrivono le canzoni i Red Hot? E’ diverso rispetto, per esempio, ai Dot Hacker?
JOSH: Ovviamente, tre di loro hanno avuto un periodo non-stop di otto, dieci anni lavorando sulla loro musica, per non parlare di Anthony.  Ma quando sono entrato io, non importava se fosse un nuovo inizio o meno, c’erano delle linee guida che erano loro familiari, per dire, Flea inizia a suonare un giro al basso, John si unisce nel modo in cui lui è solito fare, e sappiamo tutti come lo fa! Io ho dovuto abituarmi, ci sono momenti in cui ancora non mi sento totalmente libero, della serie “Ok, come dovrei comportarmi? Devo fare quel che mi sento? Questo sound è troppo stile John? Dovrei fare qualcosa di completamente diverso?”, stiamo ancora risolvendo queste cose. Abbiamo dovuto passare molto tempo jammando, questo è quello che volevo dire. Per quest’album ci trovavamo ogni giorno della settimana, suonavamo e improvvisavamo, e poiché la band aveva avuto una pausa di due anni, Flea aveva ammucchiato un sacco di pezzi che aveva scritto, e siccome io non avevo mai avuto una band mia, avevo un sacco di canzoni. Perciò sono andato nel mio vecchio catalogo di canzoni, e preso in considerazione quelle che pensavo si sarebbero adattate meglio alla voce di Anthony, e ne ho anche scritte un sacco di nuove mentre suonavamo. Per me è molto facile venirmene fuori con delle canzoni, se non sono quello che deve cantarle (ride). Flea arrivava con canzoni e giri di accordi, io con delle canzoni. Ma Anthony è sempre lì, e le canzoni che lo entusiasmano di più, di solito, sono di quel genere che finiscono in cima alle classifiche. Avevamo un sacco di canzoni, perché siamo andati avanti per un sacco di tempo. Abbiamo registrato 50 canzoni per l’album, e ne avevamo un sacco quasi finite, ma abbiamo deciso di fermarci a 50, e ne abbiamo pubblicate 14, ho sempre pensato che comunque fossero troppe. Ma c’erano un sacco di canzoni che non volevamo che sparissero nel nulla, così abbiamo deciso di far uscire un 7 pollici più o meno ogni mese. Ne abbiamo già pubblicati quattro, per un totale di nove, quindi altre 17 o 18 canzoni.
Le B-side in pratica non esistono ormai più, perciò abbiamo pensato che sarebbe stato forte far uscire dei vinili.

GEARPHORIA: E’ bello sapere che dopo tutti questi anni la band sia ancora così prolifica.
JOSH: Sì, per me I’m With You è stato come Mother’s Milk, John ha avuto quell’album dove non si sentiva del tutto a suo agio, ed è un po’ la stessa cosa per me. Mi piacciono le canzoni ma non ero molto contento all’idea di lavorare con Rick Rubin, e tutta la faccenda era abbastanza nuova per me. Non vedo l’ora di scrivere nuove canzoni e di far uscire un nuovo album quanto prima. Mi piace vedere come le relazioni evolvono, e ultimamente non c’è stato niente che mi abbia fatto pensare di abbandonare i Red Hot Chili Peppers. Se ho l’occasione di creare dei rapporti musicali, per non parlare di quelli personali, con persone così motivate come Flea e Chad (Smith), che hanno un rapporto così fantastico, e Anthony, una persona che penso sia semplicemente unica e fantastica in quel che fa; e se avessi davvero l’opportunità di portare ancora avanti queste relazioni, non potrei dire di no per nessuna ragione. Nei Dot Hacker queste relazioni sono maturate molto, penso che lo sentirete nelle prossime canzoni che faremo.
Quando ho parlato con John di entrare nei RHCP c’è stata una cosa che ha detto che mi ha colpito “E’ una sensazione fantastica mettere insieme un pezzo (una canzone) e andare alle prove e suonare con quei ragazzi”, ed è assolutamente vero. Avere un’idea ed avere l’opportunità, e non tutti ce l’hanno, di fare qualcosa che credi sarebbe fantastica suonata da Flea, e in poche ore diventa una canzone che le persone vorranno sentire, beh tutto ciò è raro!

GEARPHORIA: Come pensi che il fatto di essere un membro a tutti gli effetti dei RHCP abbia cambiato te come persona, o interessato te come musicista?
JOSH: Non lo so, probabilmente mi ha reso un po’ più sicuro, e mi piacerebbe dire che mi ha fatto lavorare sodo, ma ho questo problema che non penso mai di star lavorando abbastanza. So qual è il tipo di chitarrista che vorrei essere, e non mi sento ancora di esserlo diventato. Ma questa situazione mi permette di essere me stesso, e penso che sia una cosa diversa dall’essere il tipo di persona che pensa che io debba essere diverso da quel che sono. Credo che anche il semplice fatto di essere in questa band e poter suonare di più mi abbia permesso di essere più a mio agio ad essere me stesso.

GEARPHORIA: Vedi o senti differenze da quando ti sei unito alla band?
JOSH: Credo di sì, a livello di canzoni l’album mi sembra all’insegna della collaborazione. C’erano un sacco di pezzi che ho portato io, tendo a scrivere canzoni complete, tipo “’C’è questa parte, poi questa e questa, e vanno insieme in questo modo, e questo è tutto, e possiamo cambiarlo se volete… ma perché farlo?” è un po’ un problema che ho. Un sacco delle canzoni che ho scritto dall’inizio alla fine, che sono diventate delle canzoni Pepperiane, stanno uscendo ora con i 7 pollici; quindi ho decisamente colpito, e forse aggiornato il loro sound. Ma poiché abbiamo iniziato il tour, e stiamo suonando un sacco di canzoni vecchie, non sono sicuro a che punto siamo dello sviluppo di una nuova identità. Ma penso che… non posso parlare per i singoli, ma so che le relazioni nella band erano diventate molto tese, c’è stata una strana tensione creativa per un sacco di tempo, credo che By The Way sia stato debilitante, poi si sono un po’ distese durante Stadium Arcadium. Ma credo che l’assenza di John e la mia presenza offrano un qualcosa di nuovo alla band, un nuovo vibe, interpersonale e creativo.

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GEARPHORIA: Guardando delle foto della tua pedalboard pare che tu preferisca alcune marche di boutique. Ci chiedevamo come sei entrato in contatto con Kevin Wilson e quindi con la Wilson Effects.
JOSH: Vediamo se mi ricordo… Credo che sia stato Chris Warren, che suona la tastiera con noi nei live – è stato il tecnico della batteria di Chad per anni – stava girando per internet, cercavamo sempre l’Ibanez WH-10, che è il wah che usava John, ed è a mani basse il miglior wah che io abbia mai sentito, è ottimo in particolare per questa band per suonare come se stessa. Ma sono un po’ scrausi, sono vecchi e sono fatti di plastica, quindi è molto facile che tu li rompa. Perciò mentre facevamo un po’ di ricerche Chris ha trovato questo tizio, Kevin Wilson, che fa una replica del WH-10, chiamata “The Ten Spot”, quindi penso che gli abbia mandato una mail dicendo che stava lavorando con i RHCP e il loro nuovo chitarrista, e che volevamo provare il suo Ten Spot. Essendo un grande fan è iniziata una conversazione via mail. Sono sempre alla ricerca di Tone Benders, come questo fuzz, è il migliore… e lui ne fa delle repliche! Alla fine ci ha mandato un sacco di roba da provare, ed abbiamo concluso che erano i migliori per i live, sono durevoli e consistenti. I vecchi tone benders pare che non abbiano abbastanza output rispetto a quanto te ne serve oggigiorno.

GEARPHORIA: Ci sono altri brand di boutique dai quali sei attratto?
JOSH: Abbiamo un sacco di pedali Devi Ever, uso un sacco della sua roba nell’album, ma non li porto in giro perché non ho trovato come e dove usarli. Ho un sacco di roba sua, ed è forte, sto guardando il mio armadio dei pedali ora… C’è questa compagnia chiamata Last Gasp Art Laboratories, è giapponese, hanno diversa roba forte. Uso questo loro pedale chiamato “Cyber Phisics”, è un Oscillifilter, quindi è un filtro che oscilla, e l’ho recentemente rimpiazzato con un pedale chiamato MS-20 Brain Freeze, della Robot Factory, è un clone della sezione filtri di quel sintetizzatore di cui ti parlavo, che ho usato molto nell’album dei Dot Hacker. Questo tizio fa un pedale che si chiama Pocket Synth, o qualcosa di simile, che uso nell’assolo di Give It Away. Ogni sera io e il mio tecnico ce ne veniamo fuori con un nuovo suono strano, ha un oscillatore a bassa frequenza al suo interno, quindi sembra un tremolo e in più oscilla, è una sorpresa ogni volta che arriviamo all’assolo. Dal momento che posso usare un solo piede, data l’operazione, ho tolto la mia seconda pedalboard, uno dei lati positivi: rompermi il piede mi ha fatto capire che il mio suono dipende molto dal numero di pedali che il segnale attraversa. Perciò quando sono stato costretto a sedermi ed avere un solo piede da poter usare con i pedali, la pedalboard destra, che contiene la maggior parte dei pedali che uso solo per una singola canzone, o roba di cui avevo bisogno ma che alla fine non usavo spesso, è finita collegata ad uno switch della Voodoo Lab, una sorta di sistema di looping, roba che non ho mai fatto prima, per la quale non ho mai avuto tempo; ma ho scoperto quanto il segnale possa essere modificato dal numero di pedali che attraversa.

GEARPHORIA: Quindi ti sei un po’ ridimensionato.
JOSH: Sì, beh in tour… Ultimamente ho comprato questa Fender del 1960 che ha il manico molto sottile ed è sunburst. La Fender la fece per il NAMM di quei tempi, o qualsiasi nome avesse nel 1960, una sorta di fiera dove ti mostravano che se volevi il manico sunburst potevano fartelo. Questa è stata la mia Strato più usata ultimamente, la adoro. Ultimamente ho preso un paio di Jaguar che mi piacciono, sai, i colori… Ne ho una per le mani ora, mi piacciono un sacco le Jaguar.

GEARPHORIA: Pensi che i Dot Hacker faranno prossimamente delle date?
JOSH: Penso di sì, probabilmente il prossimo anno (ndr: nel 2013), non so che tipo di fan base abbiamo, mi piacerebbe un sacco andare in tour con loro, decisamente. Solo che non so quanto sarebbe realistico mettersi in viaggio e suonare in giro, farò tutto il possibile. I Red Hot finiranno a Marzo e credo che ci prenderemo almeno tre mesi di pausa prima di riniziare a scrivere, e spero di trascorrere ogni momento con i Dots.

Tradotto da Elsa Annunziata

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