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A Sphere in the Heart of Silence- John Frusciante & Josh Klinghoffer

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Quando uscì l’album, in realtà in pochi fecero caso alla copertina (se non per tentare di definire cosa piffero rappresentasse ) , che indicava la presenza di Josh. Si tendeva ad assimilare la cosa come routine, se non fosse che effettivamente fino ad allora (tolte le esperienze con gli Ataxia), il ruolo di JK era stato quello di turnista e session-man per i dischi solista di John. Mentre in questo lavoro, i compositori sono entrambi, verso la frontiera che precedentemente Frusciante aveva solamente sfiorato:l’Elettronica.
Per farlo, decidono una modalità di esecuzione vicina a quella che fu utilizzata per registrare Inside Of Emptiness, ovvero l’approccio votato all’immediatezza impulsiva. Ma al posto degli strumenti convenzionali del rock, arrivano in soccorso Beats e onde digitali “primitive”, composte da un duo che non si fa guidare/frenare dall’esperienza di anni d’attività nel settore. “Sphere” nasce ad esempio proprio come potremo immaginarcela miscelata da questi elementi, evoca una jam session di sintetizzatori lasciati liberi di respirare le proprie vibrazioni elettriche nell’aria, con una enfasi quasi ossessiva e marcata. I ricami di chitarra sono vagamente accennati, in salsa post/rock e restano spesso sullo sfondo, della ragnatela di note creata. Formando una sorta di ipnosi che però ahimè odora di ripetività dopo un pò di minuti (complessivi son quasi 9, e dire che la versione originale pare fosse di una quarantina!) ,complice forse una non troppo ponderata evoluzione della struttura in se del pezzo. Và meglio con l’orecchiabile mantra techno/funky “The Afterglow” ,dalla ritmica essenziale, che apre ogni tanto il percorso ad intrecci e schitarrate varie ad esaltare i passaggi di registro di Frusciante, che se la gioca tra falsetto ed un efficace stile ispido. Quest’ultimo è la chiave per valorizzare la successiva “Walls” (altrimenti un pò troppo spartana a livello strumentale) , ove l’etmosfera si fa quasi paranoica e soffocante, tra le grida acide del cantante che si disperde tra riverberi. È ciò che conclude la parte più ritmica/danzereccia dell’album,,i due decidono di passare ad una serie di ballad sicuramente più intime e riflessive. Klinghoffer si avvicina timidamente al microfono, infilandosi tra i tasti bianchi e neri per narrare la sua struggente “Communique” , abbracciato da venti digitali che lo percorrono. Struttura che ritroviamo in “At Your Enemies” (con risultati meno convincenti,forse per la linea melodica che abusa un pò troppo dello stile d’improvvisazione alla Diamanda Galás,che Josh usa non di rado nelle proprie composizioni).
Completa il terzetto, l’elettro-acustica “Surrogate People” dal testo vagamente profetico e le personalità del duo che si ergono dinnanzi agli esperimenti in se, Batteria e Chitarra infatti tornano per poco ad essere protagonisti della onirica scena, che culmina con un particolare duetto degli interpreti.
Le premesse è come se recensissero parzialmente il disco e la modalità di registrazione stessa rappresenta la croce e delizia del prodotto finale; infatti se può risultare più semplice per un duo dal background rock comporre un disco come “Inside of Emptiness”, in un album più sperimentale si incontrano delle difficoltà notevoli. Non aiuta nemmeno la magra setlist che offre un numero di brani quasi da ep,con però il minutaggio non indifferente (che avrebbe meritato qualche forbice) e lo stile poco omogeneo, come dimostra “My Life” , intermezzo quasi “straniero” a questo albo e forse più vicino a lidi “Curtains”.
Insomma fare una valutazione del disco di per se, sarebbe un pò una cattiveria.Nel senso che non è rappresentativo del modo in cui i due interpreti tendono ad utilizzare innesti elettronici (li vedremo separatamente sia con “The Empyrean” che con il primo album solista di Toni) ,è preferibile goderselo come fosse una sorta di palestra per artisti che può garantire momenti piacevoli e qualche sbadiglio nelle coordinate che vanno tra l’era Warp Records dei Radiohead (quelli di inizio millennio insomma) e gli intrecci vocali ammalianti di Bjork periodo Medulla.

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